AMORE OBLIQUO è dedicato a Sergio Altieri 

In questa pagina, trovate i primi due capitoli del romanzo 

"Sorretto da una narrazione fatta di meandri ambigui, false piste e sensualità malata, con l'Amore Obliquo Maria Teresa Casella compone un labirintico dominio di ombre che arriva a scavalcare perfino i parametri del thriller, entrando a pieno diritto nel campo minato di una denuncia socialmente provocatoria e politicamente scorrettissima."                                                                                                                                                                                         Sergio Alan D. Altieri su WMI 

Umberto Capasso è un giornalista, un tipo tranquillo che non ama le complicazioni. Linda Brandi è una ragazza taciturna, ambigua e molto, molto complicata. Non sembrano fatti uno per l'altra, eppure la coppia per un po' funziona. I ruoli sono ben distinti: lei fragile, sfuggente e sensuale, lui che preso al laccio la rincorre, la conforta, la spalleggia. Per amore, lui sopporta tutto. O quasi. Sopporta fino a quando una remota ipotesi si trasforma in un dubbio inquietante. Il sospetto incrina il rapporto, i due si allontanano. Nel momento peggiore della crisi interviene il fratello maggiore di Linda, Alex, amico di Umberto dai tempi del liceo, ma è un giudice parziale, in più rende conto a Monica, una fidanzata scomoda. Monica soffre a vedere Alex succube della sorella e una sera si confida con Umberto, lo mette in guardia: Linda non è quella che sembra, c’è da aver paura. Umberto non le crede, vuole aiutare Linda che sta male, perciò si rivolge a Francesca Maffei, la psichiatra che un tempo curava la ragazza. Dall’incontro tra Umberto e la Maffei, gli eventi precipitano svelando una precisa strategia d’azione. Amore obliquo è un romanzo estremo, la cruda analisi di una passione torbida e struggente.


"L'amore è un sentimento obliquo. Si contorce, s’inchina, si piega. Se svilito, si affloscia; è molle, vulnerabile, ma palpitante. Così sopravvive l’amore. Se tradito, si trasforma. Spolpato, non è più amore, né molle né obliquo. È l'esatto contrario: un osso duro."
 

 

1
L'INCONTRO

Sfoglio la sua agenda di continuo.

Il fruscio della carta in sincronia col mio respiro pesante e roco. Fumo troppo. Fumo e leggo. Nulla mi distrae. Non il silenzio nel quale di notte mi sembra di annegare, non le urla o le risate degli altri carcerati. Nulla può distogliermi, e vorrei che succedesse.

Nella mia mente, una voce sovrasta qualsiasi suono: la voce di Linda che sale dalle pagine.

Questa agenda le appartiene, io gliel'ho rubata. C'è la sua vita tra le righe, e io gliel'ho rubata come lei ha fatto con la mia. Quasi non si distinguono le date, cancellate da scarabocchi neri. Non le importava, il tempo. I suoi giorni erano tutti uguali, intrisi di velenosa solitudine.

Ho impiegato mesi a ricostruire la cronologia degli eventi, facendo scorrere i ricordi lungo il tracciato incerto delle sue riflessioni.

Se avessi letto prima il suo diario, forse le cose sarebbero andate in modo diverso. Di certo non sarei rinchiuso in carcere, immerso in questo tanfo di animali in gabbia, oppresso da pensieri sordidi che non mi appartenevano prima di conoscerla, quando ero semplicemente Umberto Capasso, giornalista per metà scrittore, con le mie banalità, le mie placide certezze.

Ancora una volta mi chiedo se, avendo letto il suo diario da uomo libero, avrei trovato la forza di impedire quanto è successo. La risposta è no. Non avrei avuto quella forza, non avrei trovato quel coraggio. Ero lontanissimo dall'immaginare cosa Linda stesse architettando perché mi illudevo di conoscerla, lei così sfuggente, maestra nel confondermi.

Scrivo questa storia, i miei ricordi e i suoi, la mia ricerca e la sua, per dare una parvenza di verità ai mesi trascorsi con lei. Ma non è detto che ci riesca.

Linda ha superato confini oltre i quali ho paura di seguirla.

La strada è segnata sull'agenda con grafia irregolare, farcita di svolazzi e sbavature che d'improvviso virano in tratti netti, pesanti, tranciano rabbiosi la carta e rivelano, oltre l'apparente fragilità, una diabolica energia.

Conobbi Linda Brandi quando ero al liceo e lei ancora alla scuola elementare.

Suo fratello Alex e io eravamo nella stessa classe, allo stesso banco. A volte, quando andavo a studiare a casa sua, Linda mi apriva la porta: rigida sulla soglia mi squadrava dal basso in alto, magra, i capelli lisci neri, gli occhi un po' infossati. Una bambina taciturna con l'aria grave di un'adulta.

Poi arrivava Alex. Lui era un'altra storia. Esuberante, allegro, pieno di entusiasmo, adorava la sorellina e gliele dava tutte vinte.

Linda se ne approfittava. In seguito sfruttò quell'amore fino a impadronirsene del tutto. Seppure i genitori intuirono le sue intenzioni, non riuscirono a fermarla.

Erano una coppia brillante, i signori Brandi: Vittorio un avvocato di grido, Anna una donna dal fascino solare, amante della mondanità.

Anna era l'anima gaia della famiglia. Da lei, Alex aveva preso la socievolezza e l'allegria. A lei appartenevano l'espressione enigmatica e la femminilità misteriosa che Linda acquisì crescendo. 

Paragonata a quella dei Brandi, la mia famiglia risultava opprimente e noiosa.

A volte, quando avevano un impegno serale, i coniugi Brandi mi invitavano a trascorrere la serata con Alex e Linda.

Ai miei genitori la situazione non andava a genio ma per me, figlio unico, era una cuccagna: cibo, televisione e sigarette a volontà, e in estate si giocava a pallone sulla terrazza condominiale.

In quegli anni frequentai Alex assiduamente. Dopo la maturità prendemmo strade diverse. Lui trascorse un anno sabbatico a Londra, poi andò a Milano a studiare marketing e strategie pubblicitarie. Io volevo fare il giornalista; mi iscrissi all'università e iniziai una lunga serie di praticantati che mi condussero anni dopo alla redazione del primo quotidiano romano.

Ci ritrovammo per caso ormai adulti lungo un marciapiede affollato.

Un urto, un'occhiata storta, poi incredulità, risate, una vigorosa stretta di mano. Liceo Tasso, sezione effe… da allora erano passati circa dodici anni. Ormai ne avevamo trentatré.

Alex era tornato a vivere a Roma, lavorava in un'agenzia pubblicitaria a un passo dal mio giornale. Non era cambiato, era sempre in grande forma, e glielo dissi; commentò che anche io ero rimasto tale e quale, ma notò divertito i miei capelli grigi.

Quando gli chiesi della famiglia, rispose che i suoi genitori si erano separati tre anni prima. Vittorio, il padre, si era trasferito a Firenze con la nuova compagna.

«Tua madre come l'ha presa?» La ricordavo innamorata e felice.

«Male, in principio, poi si è rimboccata le maniche. Ha cominciato a lavorare, pensa, lei che non aveva mai alzato un dito.»

«Di che si occupa?»

«Vende abiti privatamente per conto di un maglificio. Ha parecchi contatti, ci sa fare.»

«Non ne dubito. Dimmi di tua sorella.»

«Linda si è appena laureata in architettura.» Si frugò in tasca in cerca delle sigarette.

«Laureata! Ma quanti anni ha?»

«Venticinque, otto meno di noi.»

«Me la ricordo in un angolo del divano col dito in bocca. Quant'è che non ci si sente, Alex?»

«Saranno almeno una decina d'anni. E tu? Sei sposato?»

Scossi la testa con un sorriso mesto.

«E chi lo sopporta uno come me.» Non specificai che ero appena stato piantato in asso da quella che pensavo sarebbe diventata mia moglie.

«Io sono vicino a fare il grande passo.»

«Sul serio? Lei chi è?»

«Si chiama Monica, fa la veterinaria. Ci siamo conosciuti a Milano. Abbiamo avuto alti e bassi e alla fine si è trasferita a Roma.»

«Vivete insieme?»

«No» rispose, il sorriso tirato. «Vivo con Linda e con la mamma, non mi sento ancora di lasciarle. Una famiglia divisa non è uno scherzo.»

«Certo che no. Alex, non dobbiamo perderci di nuovo.» Andavo di corsa, gli misi in mano un biglietto da visita. «Ecco il numero del cellulare e della redazione. Chiama quando vuoi.»

Ero contento di averlo rivisto. Mi ero buttato nel lavoro dopo il fallimento della storia con Roberta, facevo vita ritirata e qualsiasi novità era un bene.

Quattro giorni dopo Alex telefonò per invitarmi a cena.

L'agenda di Linda è qui, davanti a me, aperta alla pagina in cui descrive il mio arrivo in casa Brandi.

"Sbuca dal passato questo maschio insulso, patetico come i fiori e i Baci Perugina che ha portato alla mamma. Penoso il suo disagio. Avverte che questo non è posto per lui. Qui con noi non c'è posto per nessuno."

 

Sono parole sue.

  

 

2
Linda

Anna Brandi mi strinse tra le braccia e il suo profumo mi stordì.

«Umberto, sei proprio tu! Lasciati guardare!»

Mi posò le mani sulle spalle osservandomi con la testa piegata da un lato, divertita dal mio imbarazzo.

Sulla fronte, intorno agli occhi e alla bocca, vidi rughe profonde mal celate dal trucco. Neppure il sorriso era quello che ricordavo.

«Signora Brandi, la trovo splendidamente.» Mentii con convinzione. «Per lei il tempo non passa mai!»

«Ma figurati...» Mi diede una carezza sulla guancia e si voltò precedendomi nel salone.

Mentre la seguivo mi guardai intorno.

In quell'appartamento avevo trascorso gran parte della giovinezza, chino sui libri nella stanza di Alex oppure davanti al televisore proprio in quel salotto, con gli stessi tappeti persiani, l'odore di fumo freddo. Sotto un arco ricavato nella parete c'era il tavolo da pranzo apparecchiato con lo stesso servizio di piatti e i sottopiatti d'argento.

«Alex arriva tra un minuto, è appena uscito dalla doccia. Siedi, cosa fai lì impalato?» Anna mi tolse dalle braccia il mazzo di fiori e la scatola di cioccolatini. «Che gentile sei stato. Vado a mettere i fiori in un vaso.»

Scomparve nel corridoio che portava in cucina e alle stanze da letto. 

Alex mi raggiunse poco dopo, i capelli ancora umidi.

«Scusa se ti ho fatto aspettare. Il sabato me la prendo comoda.» Sedendo sul divano al mio fianco mi assestò una poderosa manata sulla schiena. «Da non crederci, eh Umberto? Ritrovarci per caso dopo dodici anni... Be', che te ne pare di mia madre?»

«Non ha perso il suo smalto.»

«Trovi?»

«È una donna molto curata» mentii di nuovo.

Anna si tingeva i capelli di un vivace bruno ramato e li portava tagliati all'altezza della mascella. Quel colore le induriva l'espressione e metteva in risalto il trucco troppo vistoso per una donna della sua età, ma era in armonia con il resto: un abito aderente di maglia blu cobalto, gli orecchini di strass, i tacchi a spillo.

«Perde delle ore a sistemarsi, per non parlare delle diete. Non ha mai mollato, sai, anche se il divorzio è stato un brutto colpo.»

«Com'è andata?» chiesi sottovoce.

«È andata di schifo. Una sera papà ha fatto le valige ed è partito con la sua segretaria, cogliendoci tutti alla sprovvista. Non mi ero accorto che il matrimonio fosse andato a rotoli.» Contrasse le mascelle fissando un arabesco sul tappeto persiano. «Adesso vive con quella a Firenze. Lo sentiamo di rado.»

«Non sarà stato facile per Anna rimettere insieme i pezzi.»

«Eppure ci è riuscita.» Tentò un sorriso. «Siamo ancora insieme, noi tre.»

Passi in corridoio.

«Cosa state borbottando?» domandò Anna, posando sul tavolino un vaso con i fiori che le avevo regalato.

«Si parlava dei compagni di scuola. Sei rimasto in contatto con qualcuno, Umberto?»

«Purtroppo no. E tu?»

«Una soltanto.» Alex si voltò verso il corridoio come temesse l'arrivo di qualcuno. «Francesca Maffei.»

«Come no!» esclamai prendendo due salatini dalla ciotola d'argento che Anna mi porgeva. «La cavallona dell'ultimo banco. Che combina?»

«Fa la psichiatra.»

«La psichiatra?» Sogghignai. «Freud si starà rivoltando nella tomba.»

«Eppure se la cava bene, è piuttosto quotata.» Alex lasciò cadere l'argomento. «Spero che tu abbia fame. La mamma ha preparato per un reggimento!»

«Sono pronto. Non ho molte occasioni di banchettare: abito da solo.»

«Avrei giurato che saresti stato uno dei primi a mettere su famiglia.»

«C'è mancato poco.» La ferita bruciava ancora. «Purtroppo all'ultimo la cosa ha preso una brutta piega.»

«Succede.»

«È stato meglio così. Roberta e io non saremmo andati lontano. E la tua fidanzata? Quando me la presenti?»

«Presto, ma non stasera. Sai, lei e Linda... Ecco, non si può dire che si adorino.»

Linda. Era la prima volta che la nominava.

«So cosa intendi. Anche Roberta e mia madre erano cane e gatto. A proposito di Linda, sto morendo dalla curiosità di rivederla.»

«Dovrebbe già essere qui.» Alex bevve d'un sorso quel che restava del suo Campari. «Vado a chiamarla.»

«No, aspetta» disse Anna, che stava sistemando la tavola dandoci le spalle. «Forse non è ancora pronta.»

«Le avevo chiesto per favore di sbrigarsi» ribatté Alex a denti stretti, poi si alzò dal divano e si avviò lungo il corridoio che portava alle altre camere.

Anna rimase di spalle curva sulla tavola, le mani che continuavano a lisciare la tovaglia.

«Fa già freddo» mormorò distrattamente.

«E siamo solo a metà ottobre» le feci eco.

Il rumore di una porta che si apriva, che si chiudeva.

Alex tornò in salone.

«Linda sta arrivando» ci informò. «Ci mette sempre troppo a vestirsi. Ha preso da te, mamma.»

Anna non disse nulla; si limitò a fare una smorfia che voleva sembrare un sorriso e andò in cucina.

Pensai alle solite beghe tra madre e figlia.

«A parte alcuni mobili, la casa è rimasta uguale» osservai per cambiare discorso.

«Be', non proprio. Vieni, ti faccio vedere una cosa.»

Mi guidò lungo il corridoio e fino alla porta che ricordavo essere quella dello studio del padre. L'aprì, mi mostrò l'interno.

«È opera mia. Che ne dici?»

La vasta stanza era zeppa di attrezzi ginnici professionali: cyclette, vogatore, rastrelliera con pesi e bilancieri. Contro la parete di fondo erano allineati un tapis roulant e una stazione super accessoriata. Aste e manubri erano sparpagliati sulla moquette azzurro polvere. Alzai lo sguardo: poco al di sotto del soffitto, una sbarra per gli esercizi in sospensione tracciava una linea argentea tra una parete e l'altra. 

«Il paradiso dei muscoli.» Mi piegai sulle ginocchia per sfiorare l'acciaio freddo e lucente di un bilanciere.

«Un bel cambiamento, eh? Trasformai lo studio di mio padre un paio di mesi dopo che se ne fu andato. Non sopportavo di vedere questa porta sempre chiusa.»

«Hai fatto bene. Magari una volta mi ospiti e ci alleniamo insieme.»

«Quando vuoi. Io mi alleno la sera, a volte anche di notte. Scarica il nervoso.»

«Giochi ancora a tennis?»

«Raramente.»

«Peccato. Eri forte.» Sedetti sulla cyclette, i gomiti appoggiati al manubrio.

Un fruscio. Mi voltai.

Lei era appoggiata allo stipite della porta, indossava dei jeans sformati e un golf nero lungo a metà coscia. Teneva le braccia conserte sul seno come volesse nascondere quell'elemento così provocante della sua femminilità. Mi fissava con la testa incassata nelle spalle nell'atteggiamento di chi sente molto freddo, lo sguardo cupo e circospetto identico a quello della bambina che avevo conosciuto circa vent'anni prima. Portava i capelli come allora, molto lunghi, sciolti sulle spalle, lisci e neri, con la frangia incastrata nelle ciglia. Fece il gesto di scostarla dalla fronte mostrando un polso esile, una mano pallida e sottile, poi si sfiorò le labbra con il pollice e mi venne da pensare che volesse succhiarlo.

Uno schiaffo di sensualità che mi lasciò senza fiato.

«Linda, finalmente!» esclamò Alex. «Ti ricordi di Umberto?»

«Più o meno» rispose tendendomi la mano.

Gliela strinsi, e al contatto allentai subito la presa: aveva dita così leggere che temetti  di farle del male.

«Come sarebbe a dire più o meno? Umberto veniva a casa nostra quasi ogni pomeriggio.»

«Non può ricordarsi, era troppo piccola.» Presi d'istinto le sue difese.

«Qualcosa mi ricordo.»

Alex e io restammo a guardarla in attesa di chissà cosa. Un sorriso forse, ma Linda ricambiò il nostro sguardo con indifferenza.

Cercai di incoraggiarla. «Una bella fortuna avere in casa questi attrezzi. Li usi anche tu, immagino.»

Scosse la testa in silenzio.

«Non sai quanto tempo ho perso cercando di convincerla» si inserì Alex. «Ma non ha mai voluto provare.»

«Mi annoio» replicò Linda con un'alzata di spalle. «Mi sembra una perdita di tempo.»

«Che stronzata» borbottò Alex sottovoce.

Allora lei, con gli occhi bassi, se ne andò, silenziosa come era venuta.

«Incredibile» bisbigliai. «Non l'avrei mai riconosciuta.»

«A volte stento a riconoscerla anch'io.»

«Che vuoi dire?»

«Non la capisco, sai. Non la capisco proprio. È così indisponente.»

«Forse il divorzio dei tuoi l'ha segnata più di quanto immagini.»

«O forse è questione di carattere. Vede tutto bianco o nero e non c'è verso di farle cambiare idea. Questa palestra, ad esempio, la odia perché l'ho costruita nello studio di nostro padre.»

«Una reazione comprensibile, in fondo.»

«Cosa dovevamo fare, un santuario? Sarebbe stato peggio, come continuare a sperare in qualcosa che non avverrà mai. Papà ha voltato pagina.»

«Evidentemente lei non vuole rinunciare a sperare.»

«Con l'unico risultato di far del male a se stessa, a me e alla mamma.» Rabbia e tristezza nella voce di Alex. «Io le voglio bene, ma a volte è davvero dura starle dietro.»

«Le passerà, vedrai.»

«Certo, le passerà.» Si sforzò di sorridere. «Andiamo in salone. Ormai sarà pronto in tavola.»

Linda era in piedi accanto alla finestra. Quando ci sentì arrivare, si voltò a guardarmi. A guardare me soltanto.

 Alex raggiunse la madre in cucina lasciandoci soli.

 «Tuo fratello mi ha detto che sei laureata in architettura.» Mi avvicinai. «Hai prospettive di lavoro?»

«Non per ora. Tu di cosa ti occupi?»

«Sono un giornalista.»

Mi regalò un sorriso intrigante socchiudendo un poco gli occhi.

Ero abbastanza vicino da percepire il suo profumo, un aroma agrumato, fresco, che mi piacque. Feci un altro passo verso di lei.

«Devi essere un tipo curioso, se fai il giornalista.»

«Non particolarmente. Mi interessano il teatro, il cinema, mi piace l'idea di poter dare un'opinione su uno spettacolo e che altri la leggano, magari trovandola interessante.»

Non so come riuscì a carpirmi una verità che ritenevo inconfessabile. Uno dei motivi per cui facevo quel lavoro era la vanità. Ogni volta che vedevo il mio nome sulla pagina di un giornale, mi prendeva una specie di euforia.

«Non hai paura delle critiche?»

Sbottai a ridere. «Sono io il critico.»

«Giusto. Hai sempre i biglietti gratis, allora.»

«Quasi sempre.»

Provocante, ambiguo, lo sguardo di Linda lasciava intendere cose diverse da quelle che diceva.

Ero spiazzato. Non capivo se si comportava in quel modo per timidezza o intenzionalmente per confondermi. Giocava a fare la bambina, ma l'intonazione della voce e la postura del suo corpo da gazzella mortificato dagli abiti informi, suggerivano ben altro.

«Una sera potresti accompagnarmi a teatro» osai disinvolto. «Ti andrebbe?»

«Dipende. A vedere cosa?»

Pensai rapidamente.

«Al Valle fanno Zio Vania, ma se preferisci qualcosa di meno impegnativo, all'Olimpico c'è una commedia di Williams.»

Dalla sua espressione compresi che darle la scelta significava metterla in difficoltà. 

«Decidi tu, sei tu l'esperto» rispose infatti con vaghezza.

Si portò una mano alla bocca e prese a mangiucchiarsi un'unghia.

Le sue dita erano segnate da quella pessima abitudine: la pelle era rossa e irritata intorno alle unghie troppo corte, in alcuni punti ferita.

Mentre si torturava il dito con i denti, mi fissava. Mordeva e mi fissava.

Caddi nella trappola.

«Non dovresti mangiarti le unghie.»

«E tu dovresti farti gli affari tuoi.»

Mi zittì.

Di lì a poco sedemmo a tavola.

Durante la cena parlammo del più e del meno. Non ho ricordi precisi di quella conversazione perché la mia attenzione era tutta per Linda.

Le sedevo accanto. Potevo passarle i piatti da portata e riempirle il bicchiere, perlopiù inutilmente.

Lei sorseggiò appena sia acqua che vino. Mangiò pochissimo, parlò anche meno.

Dall'atteggiamento di Alex e di Anna, compresi che non era un comportamento causato dalla mia presenza. Era la norma.

Quando la padrona di casa servì il dolce, tornai alla carica.

«Credo che a Linda piacerebbe accompagnarmi a teatro» dissi, per poi mangiare il primo boccone di torta. «Ne parlavamo poco fa, vero Linda?»

Anna restò con la forchetta a mezz'aria.

Alex girò di scatto la testa verso di me, poi verso la sorella.

«Magnifico!» esclamò sorridendo. «Lo dico sempre a Linda che dovrebbe uscire più spesso. Il fatto è che a lei non sta bene niente.»

«Non è vero.»

«Alex, non esagerare» intervenne Anna. Mi guardò. «Mia figlia non ama gli ambienti troppo affollati dove c'è confusione, ecco tutto. Immagino che per te sia l'opposto, Umberto.»

«Non li amo neppure io, a dir la verità, ma per motivi di lavoro mi sono dovuto abituare. A volte mi capita di vedere due spettacoli nella stessa sera, poi ci sono le interviste nei camerini, le cene con la compagnia… Spesso faccio le ore piccole.»

«Sei un nottambulo.»

«Lo sono diventato, Alex.»

«Allora andrai d'accordo con Linda. Anche lei dorme poco, di notte.»

Linda fece un sorriso storto all'indirizzo del fratello, poi tornò a concentrarsi sulla mollica di pane.

«Cosa fai la notte invece di dormire?» le domandai incuriosito.

«Disegno, guardo la televisione» mormorò senza staccare gli occhi dalla pallina di mollica.

Il suo ginocchio sfiorò il mio.

Pensai a un movimento involontario. No, il contatto persisteva. Anche il suo polpaccio adesso aderiva al mio.

Mi girai a guardarla, tutti i sensi all'erta.

Lei allungò la mano sotto il tavolo e la posò sulla mia coscia.

Arrossii con violenza, m'irrigidii all'istante dalla testa ai piedi.  

Alex e Anna erano intenti in una dissertazione culinaria, del tutto ignari di quel che stava succedendo.

Ero eccitato, Linda lo sapeva. Lo sentiva, con la mano premuta sul mio sesso.

Sorridendo cominciò ad accarezzarmi con sapiente lentezza, sfiorandomi con la punta delle dita.

Tentai di distrarmi, di dire la mia su quel dolce che tanto interessava i miei ospiti, ma non spiccicai parola. Riuscivo a formulare solo un pensiero: sbattermi Linda sul tavolo da pranzo.

Lei insinuò un dito tra un bottone e l'altro della patta.

Piena, formidabile erezione. Trassi un sospiro profondo. Mi appoggiai allo schienale pensando a come farla smettere prima che trovasse l'apertura sul davanti dei boxer.

«Alex, mi offriresti una Marlboro?» domandai, e la mia stessa voce mi rimbombò alterata nelle orecchie. «Dopo un pranzo come questo, ci vuole.»

«Sicuro. Prendi pure.»

Ero abituato a sigarette più leggere. La prima boccata mi bruciò la gola e mi sferzò, così trovai il coraggio di mettere una mano sotto il tavolo ed afferrarle il polso.

Linda si lasciò prendere. Nella mia stretta rovesciò la mano, e il suo palmo aperto contro il mio fu anche peggio.

La implorai con gli occhi.

Anna intervenne giusto in tempo: «Sedetevi sul divano, ragazzi. Vado a preparare il caffè».

Ci alzammo tutti insieme, io pallido, sudato, eccitatissimo. Mi tenni alle spalle di Alex e sprofondai in poltrona con le gambe accavallate.

Linda si mise a impilare i piatti sporchi con espressione serafica. Nella mezz'ora che seguì decise di ignorarmi, poi se ne andò nella sua stanza salutandomi con la mano incamminandosi lungo il corridoio.

Ero dispiaciuto di vederla andare via e insieme sollevato.

«Una ragazza interessante, tua sorella» commentai rimasto solo con Alex, mentre la madre trafficava in cucina.

Lui si stravaccò sul divano osservandomi attentamente. «Per carità, con quel carattere che si ritrova...».

«Forse è interessante per quello.»

«Per le sue stranezze? Può darsi.»

«Cosa intendi per stranezze?»

«Magari ne parliamo un'altra volta, quando non c'è mia madre.»

***

Qui, rinchiuso, le emozioni sono stilettate. Ognuna è un dolore che ti fa sentire vivo, ma questa non è vita.

La mia vita era Linda. Lei diventò parte di me dal primo istante in cui la vidi.

Anche con la sua agenda davanti non posso negare quel sentimento estremo, come non posso negare, a circa due anni di distanza da quella cena, di rabbrividire rileggendo ciò che Linda scrisse riguardo al nostro incontro.

"Un amico di vecchia data spuntato dal niente. Sarà contento, lui. Odio quel loro modo di ridere, l'approccio rude degli uomini. Un incontro casuale e tornano indietro di un decennio, fingono di essere gli stessi. Ma l'anima è un caleidoscopio che si trasforma di continuo reagendo agli impulsi vitali, e la vita non è mai uguale a se stessa. È una corsa a braccia tese verso un orizzonte deformato. Correndo sono cieca e sola. Cado, mi rialzo, rincorro il fine che darà un senso alla mia disperazione. Non mi perderò. Anche a occhi chiusi, riconoscerò la strada. Anche al buio sentirò il respiro affannato di chi si ostina a negare quel tormento. Ti affacci all'abisso eccitato e felice, ma il barlume che vedi è solo il riflesso di malinconiche illusioni."

Malinconiche illusioni: il mio desiderio di aiutarla, di abbattere il muro dietro cui si nascondeva con tutti i suoi segreti.

Ora devo smettere di leggere: il secondino vuole che vada con gli altri in mensa.

Più tardi, nel ventre di una notte uguale a tante altre, riaprirò l'agenda di Linda e di nuovo sprofonderò nel suo tormento.